Il sesso anale causa incontinenza? Silvana De Mari, scrittrice fantasy, medico sottoposta all’apertura di un’azione disciplinare da parte dell’Ordine dei Medici per le sue affermazioni “fuori dal perimetro delle conoscenze scientifiche”, sostiene di sì.

Ha lasciato intendere che ogni rapporto anale abbia conseguenze “catastrofiche”, ma cosa dicono gli studi?

L’argomento non è facile da studiare. Ancora oggi, nel 2017 e nei paesi dove la democrazia non è in discussione, molti esitano a divulgare queste informazioni. Gli studi sono tutt’altro che conclusivi, sebbene permettano di trarre informazioni utili per vivere serenamente le propria sessualità.

Cominciamo con il dire che ci sono persone che hanno fatto sesso anale e che non hanno problemi di incontinenza, questo è un fatto. Ma vediamo più nel dettaglio alcuni dati.

Uno studio importante

Lo studio più grande realizzato sul tema è recente, del 2016, dove 4170 persone (2070 donne e 2100 uomini) tra i 20 e i 69 anni hanno risposto ad un questionario sulle loro attività sessuali in un questionario in USA tra il 2009 e il 2010 (1).
La domanda, in vero non molto precisa, è: “hai mai fatto sesso anale in vita tua?
Chi ha detto di sì, sarà anche chi lo ha fatto una sola volta nella vita e vedremo che questa ipotesi non è troppo irragionevole, almeno per le donne.

Hanno fatto sesso anale almeno una volta nella vita:

  •  Il 37.3% delle donne (ovvero quasi una donna su 4)
  •  Il 4.5% degli uomini (date le stime di omosessuale sulla popolazione, ragionevole pensare siano sostanzialmente i gay)

Si vede nella figura, parte A, la proporzione.
Notevole il fatto che il rapporto tra donne e uomini che hanno provato la penetrazione sia quasi 10 a 1.

Sull’incontinenza, definita come “perdita di fluidi, muco o feci nell’ultimo mese almeno una volta”, i ricercatori hanno separato chi ha provato il sesso anale da chi non lo ha fatto e hanno trovato, senza considerare l’età, questi i dati:

DONNE:

  • SI sesso anale, incontinenza 9.9%
  • NO sesso anale, incontinenza 7.4%

Ovvero, prese 100 donne che hanno fatto sesso anale, da 20 fino a 69 anni 1,6 su 100 donne, se non praticassero sesso anale, non avrebbero avuto episodi di incontinenza.
1,6% questa è la differenza
.

UOMINI:

  •  SI sesso anale, incontinenza 11,6%
  •  NO sesso anale, incontinenza 5,3%

Ovvero, presi 100 uomini che hanno fatto sesso anale, da 20 fino a 69 anni 6,3 su 100 uomini, se non praticassero sesso anale, non avrebbero avuto episodi di incontinenza.
6,3 su 100, questa è la differenza.

Si veda la figura, sezione B, per avere un’idea di queste differenze, rispetto al totale del campione.

studiosessoanale

Cosa succede a quelle 98,4 donne su 100 e a quei 92,7 uomini su 100 che fanno sesso anale e non fanno la differenza?
Stando ai dati, o avrebbero avuto episodi di incontinenza lo stesso (7,4% delle donne e 5,3% degli uomini, con episodi recenti senza sesso anale) o non li avrebbero avuti (90,1% delle donne, 88,4% degli uomini, che fanno sesso anale, o meglio lo hanno fatto almeno una volta nella vita).

Questi sono i dati. Quindi vuol dire che quasi 9 persone su 10 che fanno sesso anale non hanno incontinenza. 9 su 10 circa.

Cosa non dice lo studio?

Ora occorre osservare di dati e notare cosa non dicono.

  • NON dicono a che ETÀ si presenta questa incontinenza. Il campione è tra i 20 e i 69 anni.
  • NON dicono quale FREQUENZA del sesso anale è legata a quale incidenza di incontinenza (sesso anale una volta nella vita? sesso anale 10 volte? Tutti i mesi? Tutti i giorni? ecc,)
  • NON dicono se oltre al sesso anale ci sono ALTRI TIPI DI PRATICHE SESSUALI, più estreme, come l’uso di giocattoli erotici o pratiche come il fisting (inserire la mano attraverso l’ano del partner).
  • NON dicono se l’incontinenza è CRONICA E IRREVERSIBILE o l’esito TRANSITORIO di un recente rapporto.
  • NON dicono IN CHE MODO è stato fatto; con lubrificante o no, fino all’orgasmo del partner attivo o per il piacere del partner passivo.
  • NON dicono se c’è stato DOLORE durante il rapporto e se questo correla con l’incontinenza.

Insomma, ci sono molti dubbi che potrebbero avere un ruolo determinante nel capire più adeguatamente le implicazioni di questa attività sessuale.

Vediamo se altri lavori ci aiutano a completare questi dati, anche se ovviamente non saranno gli stessi soggetti, quindi occorre procedere con cautela.

Possibili fattori

Va valutata ad esempio la percentuale tra chi pratica sesso anale, di chi pratica attività più estreme, come l’uso di vibratori o il fisting. I dati a disposizione sono scarsi, non esiste una valutazione recente sulla popolazione in generale (2), ma diversi studi, come uno su 655 uomini omosessuali nella città di Los Angeles del 1998 (3), uno su 3039 uomini omosessuali nella città di Sydney nel 2014 (4) e uno su 20094 australiani del 1985 (5) hanno riferito che la percentuale di soggetti che praticano fisting tra i gruppi di indagine (era 7%, 8%, e meno del 3%). Questi valori sono stati ottenuti tenendo conto gruppi omosessuali a rischio di HIV e altre malattie a trasmissione sessuale trasmissione, che va ricordato NON sono tutti gli omosessuali.

Si può dunque ipotizzare di correggere per quel valore che va da 3% a 8%, e si potrebbe dunque ipotizzare che la maggiore incidenza di incontinenza tra gli uomini che praticano sesso anale sia dovuta alla pratica deliberata di attività estreme, assumendo che siano più frequenti che per le coppie eterosessuali.
Infatti la differenza tra uomini è donne è 1,6%-6,3% ovvero 4,7% (zona arancio nell’immagine sezioni B e C relative agli uomini)

Sebbene almeno il 37% delle donne abbia provato il sesso anale almeno una volta nella vita (Figura, A), si vede nella Figura C che questo porta ad un aumento 2,5% dei casi di incontinenza in quel gruppo, rispetto a quello che non lo pratica. Questo può portare ad ipotizzare che la pratica, se episodica, abbia effetti ridotti rispetto ad una maggiore frequenza (caso degli uomini, ipotizzando lo pratichino più frequentemente).

Sesso anale: è doloroso?

Una domanda significativa e una risposta per certi versi sorprendente. Stando ad uno studio su 1738 donne eterosessuali, condotto in USA nel 2012 è risultato che il 72% delle donne che praticano sesso anale hanno riferito dolore durante il rapporto con una maggioranza di “moderato” e “forte”(7).

In uno studio condotto su 24787 omosessuali e bisessuali, tra i 18 e gli 87 anni, in USA nel 2010, tra quelli che avevano avuto come rapporto più recente un rapporto anale ricettivo (il 37,2%, molto simile al valore trovato dallo studio citato a inizio articolo), l’85,8% ha riferito di non aver provato dolore affatto o di averne provato poco (8).

Sorge quindi il dubbio che, mentre il sesso anale sia per le coppie eterosessuali una concessione della donna all’uomo, nelle coppie gay sia vissuto come un momento di piacere reciproco, con meno fastidi rispetto agli analoghi eterosessuali.

Conclusioni

Maggiori studi sono quindi necessari per poter fare affermazioni certe su quali siano le conseguenze dei rapporti anali. Soprattutto quando i rapporti sono episodici e su quali conseguenze ci sono sul lungo periodo, cronicamente, quale ruolo hanno frequenza, modalità (sesso in coppia, da single, lubrificante sì/no, frequenza, età, ecc. ecc.).

L’importante sarebbe che se ne parlasse onestamente e correttamente, per rendere questi studi possibili, per evitare che lo stigma morale impedisca ai pazienti di ricevere le cure e i consigli di cui hanno bisogno.

Nel sesso anale occorre dunque non subordinare la salute pubblica a lotte ideologiche personali, lasciando i giudizi morali fuori dagli ospedali e dagli ambulatori.

Giudicare per curare, non per imporre le proprie battaglie a chi magari non ha alcun ruolo attivo nella così detta “comunità LGBT” al grido di ” con me o contro di me!”.
Rispettare e correttamente informare, così che ciascuno possa scegliere, conscio o conscia delle implicazioni sulla sua salute delle sue decisioni.

Basti pensare che fino agli anni 60 era molto difficile fare uno studio sugli omosessuali fuori dai manicomi (venivano sottoposti a elettroshock anche per questa unica ragione) (9). E fu infatti quando E. Hooker iniziò ad intervistare gay che potevano timidamente dichiararsi tali, che si poté avere un’immagine realistica del fenomeno (10). Da quegli studi ne seguirono molti altri, che misero in crisi la visione dell’omosessualità come patologia.
La votazione di cui si parla talvolta, presso l’APA, la volettero gli oppositori risultati poi in minoranza (v, Riferimento 10, sezione 7 del testo, “Psychiatrists from the psychoanalytic community, however, objected to the decision.”). I fatti prevalsero.
Finalmente si capì quello che oggi è chiaro: non si tratta di una patologia, e mentre non ci sono direttori banca, medici, Presidenti del Consiglio Nazionale, maestri, ecc. con patologie mentali che non ostacolino il loro percorso professionale, gli omosessuali sono questo e sono anche panettieri, spazzini, CEO di Apple, attori, ecc, ecc. …Come tutti gli “altri”.

Fatti che per ora nemmeno Silvana De Mari contesta, ma non si sa in cosa consistano le sue minacce. “è solo l’inizio” scrive nel suo blog. Vedremo e saremo qui a ricordare i fatti, con i riferimenti del caso.

Riferimenti bibliografici:

1) Markland, Alayne D., et al. "Anal Intercourse and Fecal Incontinence: Evidence from the 2009–2010 National Health and Nutrition Examination Survey." The American journal of gastroenterology (2016).

2) Cappelletti, S. et al. "Variability in findings of anogenital injury in consensual and non-consensual fisting intercourse: A systematic review." Journal of Forensic and Legal Medicine 44 (2016): 58-62.

3) National Centre in HIV Social Research Male Call 96 Community Report: National Telephone Survey of Men Who Have Sex with Men (1998) http://catalogue.nla.gov.au/Record/1847173

4) J. Richters, R.O. de Visser, P.B. Badcock, et al. Masturbation, paying for sex, and other sexual activities: the second australian study of health and relationships Sex Health, 11 (2014), pp. 461–471

5) J. Agnew Some anatomical and physiological aspects of anal sexual practices J Homosex, 12 (1985), pp. 75–96

6) Liebman, Samuel. "HOMOSEXUALITY, TRANSVESTISM, AND PSYCHOSIS: STUDY OF A CASE TREATED WITH ELECTROSHOCK*." The Journal of Nervous and Mental Disease 99.6 (1944): 945-958.

7) Herbenick, Debby, et al. "Pain Experienced During Vaginal and Anal Intercourse with Other‐Sex Partners: Findings from a Nationally Representative Probability Study in the United States." The journal of sexual medicine 12.4 (2015): 1040-1051.

8) Rosenberger, Joshua G., et al. "Sexual behaviors and situational characteristics of most recent male‐partnered sexual event among gay and bisexually identified men in the United States." The journal of sexual medicine 8.11 (2011): 3040-3050.

9) Evelyn Hooker, The adjustment of the male overt homosexual, "Journal of projective techniques'", XXI 1957, pp. 18-31.

10) Drescher, Jack. "Out of DSM: depathologizing homosexuality." Behavioral Sciences 5.4 (2015): 565-575.

Disclaimer:
le informazioni fornite hanno natura generale e sono pubblicate con uno scopo puramente divulgativo; non possono sostituire in alcun caso il parere di un medico (ovvero un soggetto abilitato legalmente alla professione e idealmente non soggetto all’apertura di provvedimenti disciplinari da parte dell’Ordine dei Medici).

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